Costellazioni organizzative e manageriali: cosa sono e come funzionano

Costellazioni. Cosa sono? Come funzionano? In quali ambiti possono essere applicate? Con quali risultati? L’ho chiesto a un esperto: Enrico Giraudi, counselor e costellatore.

Nella prima parte dell’intervista, Enrico ci ha raccontato cosa sono e come funzionano le costellazioni familiari. Nella seconda parte, andremo alla scoperta di uno strumento forse meno noto ma altrettanto potente: le costellazioni organizzative e manageriali.

Uno strumento che promette di (ri)connettere le organizzazioni alle loro radici, o –  meglio ancora –  ai perché profondi del loro agire. Con ricadute positive sui profitti (nel caso delle imprese) e sul benessere dei lavoratori.

A te la parola, Enrico!

Enrico Giraudi

Enrico, qualche tempo fa ho assistito a una tua (bellissima!) conferenza intitolata Back to the fireplace, in cui hai applicato il frutto delle tue ricerche a un campo che conosci molto bene: il mondo del business, dell’impresa, ed in particolare della Comunicazione e del Branding. In che senso le imprese potrebbero (forse dovrebbero?) tornare al focolare?

Dovrebbero tornare al focolare nel senso di essere in grado di risettarsi su ciò che all’organizzazione sta effettivamente a cuore. Il massimo della forza che puoi esprimere, sia come individuo sia come gruppo, cioè come organizzazione di individui, ha proprio a che vedere con questa connessione. Un po’ come un albero che ha radici forti o deboli. Fa la differenza, giusto?

Ritornare al focolare richiede sostanzialmente di farsi una domanda: “perché?”

Per anni facendo il consulente ho lavorato sui cosa e sui come. La dialettica dell’azienda è molto spesso sul cosa vogliamo raggiungere come obiettivo e su come possiamo farlo: obiettivi e strategie dunque. E ci si pone poco la domanda “perché?”. E quando questa domanda c’è, spesso la risposta è sbagliata: per fare profitto.

Ma il profitto è quasi un effetto collaterale di un’azienda di successo.

Invece le aziende, le marche (il mio punto di ingresso era la comunicazione) storicamente più forti sono quelle nate da un sogno. Punto. E su questo non c’è negoziazione possibile.

Quindi tornare al focolare significa…

Significa tornare all’autenticità. Cioè, per assurdo, far finta che il consumatore non esista più. Non perché non si debba essere orientati al consumatore, ma perché il motivo per cui lo fai non può più essere per piacere al consumatore. Questa è la strategia che io chiamo del “come tu mi vuoi io sarò caro consumatore”. Porta le aziende a costruire delle marche molto belle, ma che dietro non hanno sostanza. Questo ci deve essere, certo, perché devo vendere qualcosa a qualcuno, ma il tema è chi sono io e qual è il modo più efficace di manifestare nel mondo – a tutti i livelli: valori, visione, missione, vocazione – la propria unicità.

E il modello di business dovrà essere una declinazione diretta – o meglio una prova – di questo “perché”.

Dalla risposta dovrà dipendere anche il modo in cui sono fatti gli uffici, il mio customer journey, l’esperienza che farò fare al cliente… tutto deve parlare della mia vocazione e dei miei valori. Questa cosa si chiama purpose based marketing e non l’ho certo inventato io. Philip Kotler ne sta scrivendo da almeno due o tre anni. È il nuovo marketing e quel che è interessante è che si è evoluto grazie all’evoluzione delle persone.

Cioè?

Sono i millennials, i ragazzi nati intorno al 2000, che stanno cambiando il modo di fare marketing perché al pubblicitese non credono più. Se sentono questo “dialetto” si girano dall’altra parte. Loro cercano senso, si collegano a una marca solo se fa sensemaking. Ma questo non può più venire soltanto dalla strategia di uno strategic planner di agenzia creativa, inventata a tavolino per essere venduta.

Il sensemaking parte da un processo di consapevolezza dell’organizzazione.

Se è vero e profondo, allora arriva anche al cuore dei clienti e… fai pure il botto! (ride)

E tu stai accompagnando alcune organizzazioni in questo percorso di “ritorno al focolare” anche con lo strumento delle costellazioni organizzative, giusto?

Sì, ma per il momento è un lavoro di nicchia. Ammetto che non mi è ancora capitato di avere una commessa in cui mi chiedono esplicitamente: “riconnetici alle nostre radici”. Le richieste sono più piccole e sparse. Quello che sto facendo è metterle insieme per andare in quella direzione. Il mio lavoro come planner, per il momento, è su un binario. Mentre quello come counselor e costellatore è su un altro. Ma i binari hanno già un’inclinazione di qualche grado a convergere. È un lavoro a tendere. Quello che sto rilevando quando entro in azienda e lavoro con le risorse umane è che il modello di cui hanno bisogno è quello di cui ti parlavo poco fa.

Gran parte della demotivazione che incontro nelle organizzazioni è dovuta alla perdita di senso che c’è all’interno.

E siccome oggi il lavoro è molto duro e occupa gran parte della nostra vita quotidiana, la mancanza di senso pesa molto.

In pratica, in cosa consistono le costellazioni organizzative?

C’è un modello di costellazione straordinario, che lavora proprio su questo. È composto da tre elementi: il sogno, l’ordine e l’azione. È un triangolo.

Le organizzazioni che funzionano bene sono quelle che hanno: un SOGNO molto chiaro, un ORDINE (modello di business, regole e processi di lavoro) coerenti rispetto al sogno e la capacità e il coraggio di trasformarli in AZIONI. Le aziende disfunzionali sono invece quelle che si sbilanciano troppo solo su uno dei vertici di questo triangolo.

Ti faccio un esempio: le aziende non profit spesso sono tutte sul sogno e non curano molto né l’ordine né l’azione; e questo le fa diventare delle organizzazioni utopistiche. Non tutte eh. Oppure puoi incontrare aziende che hanno come mantra “l’ordine prima di tutto” e diventano aziende burocratiche che vivono e si nutrono della propria burocrazia dimenticandosi che era nata per uno scopo. Poi ci sono le aziende che sono esclusivamente orientate all’azione (sono la maggior parte delle aziende profit in tempo di crisi) e che, per poter raggiungere gli obiettivi di profitto, diventano bravissime nel reagire nevroticamente ai cambiamenti del mercato. Ma così facendo espongono il fianco a due problemi: la demotivazione delle risorse umane (perdita di senso, fatica, spaesamento per la mancanza di una direzione chiara) e la perdita di una propria direzione, di una propria Stella Polare. Se il mercato cambia cambiano anche loro: questo va bene ma non quando è portato all’eccesso, perché in questo caso si perde una cosa fondamentale, il senso della propria identità.

Dunque quando in un’organizzazione manca questo equilibrio tra sogno, ordine e azione l’organizzazione diventa disfunzionale:
1) il Sogno si trasforma in Bisogno: questo attiva il virus della lamentela, uccide progressivamente la creatività e l’attenzione alla progettualità;
2) l’Ordine si trasforma in Disordine;
3) l’Azione si trasforma in Reazione.

Il lavoro costellativo consente di diagnosticare velocemente lo stato di un’organizzazione da questo punto di vista e di far percepire i cambiamenti migliorativi innescabili da un ritorno all’equilibrio tra questi tre “magici” elementi: Sogno, Ordine, Azione.

E questo lo fai collocando fisicamente le persone nello spazio?

Prendo una stanza e posiziono tre lavagne grandi. Sulla prima scrivo la parola “sogno”, sulla seconda “ordine” sulla terza “azione” e poi lascio il gruppo libero di muoversi. Osservando dove le persone si collocano capisci qual è il polo su cui bisogna lavorare di più. Questo è lo stato attuale. Costellando lo stato ideale vedi come spesso la priorità sia rimettersi a lavorare insieme sul sogno. Allora da questo modello di costellazione, di tipo diagnostico, può partire un lavoro di riconnessione del progetto aziendale ad un “perché”, ad una “vocazione” che sia realmente sentita dal team ed ispirante per tutta l’organizzazione.

In estrema sintesi tutto ri-inizia dal sedersi insieme attorno “al fuoco”, nel ricreare uno spazio di verità ed autenticità. Nel riprogettare il futuro e le scelte dell’organizzazione da uno spazio più radicato ed ispirato. Nel quale valori, ideali e pragmatismo possono collaborare ad un fine comune.

Mi viene in mente quel saggio consiglio che i monaci tibetani danno ai loro allievi di meditazione: la mano destra (quella del fare e dell’azione) deve poggiare sulla mano sinistra (quella della saggezza, dell’intento, della vocazione, dei valori) perché la prima deve essere al servizio della seconda. Non viceversa. Spesso lavoro sulla biografia dell’organizzazione, per capire se c’era inizialmente una vocazione – magari legata alla figura del fondatore – che poi può essere andata perduta nel tempo (perché magari l’azienda è diventata una multinazionale o è cambiata la proprietà).

E contemporaneamente lavoro sulle persone coinvolte, sulla leadership aziendale. È ciò di cui loro sono umanamente portatori la più grande risorsa dell’organizzazione. È ciò che per loro è individualmente ed umanamente importante la materia prima per riconnettere un’azienda a delle radici che le diano nuova forza.

E come fai concretamente?

Ad esempio, se tu sei un direttore marketing, voglio sapere da te quali sono le esperienze che nella tua vita ti hanno fatto sentire vivo. Che ti hanno acceso di energia. Perché è da lì che tiri fuori il tuo “perché” personale, il tuo intento, la tua vocazione. Scopriamo che ti senti vivo quando sei ribelle? Bene, dovrai portare la ribellione anche nel tuo sistema organizzativo. In forma costruttiva ovviamente. Se la ribellione creativa, ad esempio, è un valore non solo personale ma anche condiviso tra i leader del’azienda, quest’ultima dovrà ispirare anche il modo unico nel quale l’azienda si manifesta nel mercato. Ripartiamo da questo valore e riscriviamo la vision, la mission, i processi di business, le regole, il brief per l’architetto che rifarà l’ufficio e, perché no, anche il brief per l’agenzia che costruirà la tua Marca. È così che si creano aziende uniche. I prodotti più forti sono quelli nati come prova di un intento, come manifestazione di un sogno. Guarda cosa sta combinando di questi tempi la Tesla, per esempio.

Qual è la principale differenza tra questo modo di guardare alle organizzazioni e i modi che prima hai definito come disfunzionali?

Per 20 anni ho lavorato in pubblicità secondo un modello “dal fuori al dentro”: studiavo la gente per infinocchiarla. Questa cosa, per fortuna, non funziona più. L’unica alternativa, l’unico processo davvero virtuoso, è quello “da dentro a fuori”.

Le costellazioni organizzative sono utili anche perché portano via la gente dalle sale riunioni che sono il regno della logica e del pensiero cognitivo. Mentre il lavoro costellativo ti porta “dentro al dentro”, porta in superficie il sapere implicito dell’organizzazione (quello che nelle sale riunioni non emerge), ti dà accesso ad un magazzino di informazioni qualitativamente migliore. E cioè quello inconscio dell’intuizione e della creatività.

Talvolta ti rendi conto che alcuni reparti non riescono a dialogare perché tra loro c’è un problema emotivo e non un problema “meccanico”. Questa cosa non te la diranno mai. Ma se tu li metti col corpo in uno spazio costellativo, i loro corpi si muoveranno in un modo – e loro non se ne accorgeranno – tale per cui tu questa cosa la vedrai. E se gli fai riconoscere che, ad esempio, hanno dato la schiena al direttore commerciale, tutto il sistema si rilasserà perché ciò che è compresso e nascosto viene alla luce.

E ciò che viene alla luce, libera.

E una volta che ti sei liberato dei pesi emotivi puoi lavorare meglio e trovare migliori soluzioni.

Che consiglio daresti a una persona che sta intraprendendo un percorso per diventare costellatore o counselor?

Consiglierei di selezionare bene la scuola, privilegiando – se possibile – gli insegnanti che hanno lavorato direttamente con Bert Hellinger. Poi è fondamentale fare un lavoro importante su sé stessi. E se in una scuola di counseling questo è quasi sempre obbligatorio, non è sempre previsto in una scuola di formazione di costellazioni sistemiche.

È fondamentale coltivare, oltre alla formazione tecnica, una pratica che ti aiuti a trovare lo spazio tra te e la tua parte egoica, per poter costruire quel campo che fa progredire le persone con cui lavori. Un campo di umiltà e ascolto, che consente di sviluppare quella dote che il Prof. Otto Scharmer chiama presencing.

Ma se è facile da capire quando la leggi in un libro, non è altrettanto facile saperla attivare e mantenere per 45 minuti di lavoro.

La costellazione è uno strumento che dimostra che se tu investi, più che in conoscenza, nella pulizia delle tue antenne sottili, se impari a utilizzare come un ingegnere il potere dell’intuizione, i mestieri della relazione d’aiuto fanno un balzo in avanti.

E la cosa che mi ha sconvolto, dopo 3 anni di scuola di counseling, 2 anni di tirocinio, 3 anni di costellazioni è la consapevolezza di come, in certi momenti, basti l’intuizione. Se sei capace di attivare una tua modalità intuitiva, aperta e ricettiva e ti fidi della tua pancia, ti rendi conto che in quel momento hai dimenticato tutto quello che hai studiato per entrare in una modalità che ti dà accesso direttamente ai “fondamentali “dell’altra persona. Quindi oggi, a mia modesta opinione, se si vuole cominciare a lavorare nella relazione d’aiuto è necessario affiancare ad una formazione classica ed autorevole anche un percorso di sviluppo delle proprie capacità intuitive. E onestamente penso che proprio questo rappresenti IL percorso, il grande salto che le discipline della relazione di aiuto stanno compiendo nella nostra epoca.

Grazie Enrico! :-)

Autore: Roberto Fioretto

Classe 1979, laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. Lavoro in una Fondazione, dove coordino il settore Comunicazione ed Eventi Culturali. Counselor con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Ho ideato Counseling Post per far dialogare tre grandi passioni: comunicazione, psicologia e sociologia.

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