New normal? Ma fatemi il piacere!

New normal.

Recentemente mi sono iscritto a un webinar. Nei minuti precedenti il go live su Facebook, i partecipanti che si conoscevano – proprio come normalmente accadeva in un incontro in presenza nell’era precovid – si sono salutati.

Ne è nato un buzz piuttosto caotico, il classico effetto cocktail party dove l’insieme delle conversazioni finisce per creare un rumore di fondo, in cui si fatica a distinguere il contenuto.

Una parola però l’ho avvertita forte e chiara: new normal. L’avrò sentita ripetere, non sto esagerando, una trentina di volte da almeno dieci colleghe e colleghi diversi. Il che significa che è stata pronunciata, in media, tre volte a testa. Ma non è stata l’unica cosa ad attirare la mia attenzione.

C’era nell’inflessione della voce di chi la pronunciava una sorta di compiacimento ammiccante.

Come a voler dire, da una parte, “facciamo parte della stessa tribù” e, dall’altra, “so che sai cosa intendo“. E mentre ascoltavo, la mia pancia mi restituiva una sensazione di fastidio. Un fastidio che montava progressivamente con il passare dei minuti. Poi, fortunatamente, è iniziata la diretta streaming.

Ma ho continuato a pensare a quel fastidio. Nel tempo mi sono allenato a praticare l’exotopia (ne ho parlato qui), di gran lunga più generativa dell’abusata – e bistrattata – empatia. Mi sono chiesto: perché, Roberto, provi questa sensazione di fastidio? In fondo era solo una normale conversazione tra colleghi.

Evidentemente sotto c’è di più. Molto di più.

Se è normale una psicopandemia

Psico-pandemia. È l’etichetta che gli esperti hanno coniato per indicare lo stress a cui il lockdown e le misure di contenimento del contagio da covid-19 hanno sottoposto le persone, impattando sul loro benessere psichico.

Un team di ricerca dell’Università degli Studi di Padova, in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma, ha indagato gli effetti del lockdown sul funzionamento cognitivo e, in particolare, su memoria, attenzione e concentrazione.

Durante il periodo di restrizioni e isolamento le persone lamentavano maggiori difficoltà cognitive in attività della vita quotidiana che richiedevano attenzione/concentrazione, orientamento temporale e funzioni esecutive (come multi-tasking, pianificazione e gestione delle attività in casa).

Lo studio ha registrato  un incremento di casi di depressione, così come di disturbi d’ansia e del sonno, ma anche alterazioni nell’appetito, libido e ansia per la salute; durante il lockdown il 36% del campione ha riportato sintomi ansiosi e il 32% sintomi depressivi .

Poi c’è la cosiddetta infodemia. “L’eccessiva esposizione ai mass-media per la ricerca di news relative al covid-19, o essere residenti in zone con alto tasso di contagio – ha affermato Eleonora Fiorenzato, del Dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova e primo autore dello studio – sono risultati fattori di rischio per disturbi depressivi e di tipo ansioso, anche con aspetti ipocondriaci. È interessante notare come le difficoltà cognitive correlassero con i disturbi psicologici: maggiore era il disagio psicologico esperito, peggiori erano le abilità cognitive percepite.”

Il prezzo della (nuova) normalità

Il nostro desiderio di normalità – passatemi il gioco di parole – è assolutamente normale.

L’essere umano, per condurre una quotidianità serena, ha bisogno di poter dare per scontate le regole del gioco che sottendono la vita sociale.

Se ogni volta che interagiamo con altre persone, o partecipiamo a determinati eventi sociali (un matrimonio, un concerto, una riunione in ufficio…) non avessimo delle linee guida implicite che ci dicono come comportarci e cosa aspettarci sarebbe il caos.

La cosiddetta normalità ha una funzione ben precisa: salvaguardare il benessere psichico individuale, preservando l’ordine sociale.

Se siete curiosi di sapere cosa accade quando questa normalità viene spezzata, vi consiglio di rovistare tra gli esperimenti sociali – noti come breaching experiments –  dell’etnometodologo Harold Garfinkel.

Bene. Tutto questo, però, ha un prezzo: ciò che resta fuori dal binario della normalità. Temo che quell’aggettivo “new” davanti alla parola “normal” sia il nostro goffo tentativo di mettere un rapido cerotto per sanare la ferita aperta dalla pandemia mondiale (!) nelle nostre esistenze.

Peccato che un cerotto non abbia mai fermato un’emorragia arteriosa.

La ferita è troppo profonda per essere liquidata con un semplice “new”, che perlopiù si riferisce all’adozione di soluzioni digitali per poter continuare a fare quello che facevamo prima.

Qual è allora il prezzo di questa nuova normalità? Ignorare la psico-pandemia. Fare finta che le persone siano quelle di prima.

Ignorarne le paure, le ansie, i dubbi, la confusione, lo sconforto. Non accogliere tutto questo. Per accompagnarle verso una nuova (sana e più consapevole) normalità.

L’espressione new normal dice della nostra fretta di archiviare la faccenda. Tutti premono per tornare al mondo precovid, ignorando che non esiste più.

E nel lavoro, all’interno delle organizzazioni, questo è molto evidente. Si è pensato, in molto casi, che dotare i lavoratori di un pc e di una connessione fosse sufficiente a ripristinare la normalità. Ma i lavoratori sono, prima di tutto, persone.

E se l’economia chiede di accelerare, la salute fisica e psichica, in questa transizione traumatica, richiede di rallentare e accogliere lo smarrimento.

Nascondere la polvere sotto il tappeto non rende la casa più pulita. Attira soltanto gli scarafaggi.

Elogio della confusione

Lo dichiaro, sono confuso.

Leggo e ascolto da mesi decine, centinaia di ricette. Qualcuna mi convince di più, qualche altra meno. Ma resto confuso. E mi sento un po’ a disagio a viaggiare con poche certezze in tasca, quando intorno a me molti spacciano soluzioni e cercano di convincermi che “è il new normal, bellezza!”.

Ma resto confuso. Avverto il bisogno di rallentare un po’ e ascoltare. Stare con i dubbi. Lasciar affiorare pezzi di risposte. Abbozzare un nuovo domani.

L’unica pseudocertezza che ho è che la corsa all’eldorado digitale, senza capire cosa vogliamo (dobbiamo?) lasciar andare del vecchio mondo, rischia di amplificarne i limiti.

Ma forse anche no, sono confuso in fondo.

E, fra tante rivendicazioni, io rivendico il diritto alla confusione.

È sana, in momenti come questo. Sentirla non significa essere sbagliati. Dice di quanto siamo umani.

Nel lavoro, le organizzazioni – i leader – creino spazi per accogliere questa confusione e offrano strumenti per affrontarla. I media diano spazio alla psico-pandemia e i politici lavorino (anche) per sviluppare risposte efficaci alle problematiche cognitive e psicologiche associate a questo complesso passaggio d’epoca.

Senza buone domande, si finisce per fare la fine del criceto nella ruota. Non possiamo permettercelo.

Ne usciremo migliori, si era detto. Per ora abbiamo perso il primo treno. Ma la transizione sarà lunga.

Facciamoci trovare pronti. Diamoci il permesso di essere confusi.

Autore: Roberto Fioretto

Laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. La mia sfida quotidiana? Comunicare la filantropia. Manager della comunicazione con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Autore di LeadEretici, il podcast dedicato alla leadership generativa.

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