Se non perdi, non stai esercitando leadership

Il titolo è “furbetto”, lo confesso. Ma veritiero.

Suona come una nota stonata nella partitura che siamo abituati ad ascoltare quando si parla di leadership. I leader vincono, per definizione. La narrazione standard che ci viene propinata abitualmente identifica la figura del leader con il condottiero forte e carismatico – preferibilmente maschio – che compie gesta eroiche e conduce un gruppo alla vittoria.

Eppure la leadership, per molti versi, ha a che fare più con l’idea di “perdita” che con quella di “vittoria”.

La leadership come azione di disturbo

Un sistema vivente, che sia un animale, una persona o un’impresa, in quanto sistema complesso di relazioni non può essere diretto, ma solo “disturbato”.

La differenza tra dirigere e “disturbare” è quella che, come suggeriva Gregory Bateson in Verso un’ecologia della mente, passa tra dare un calcio a una pietra e dare una pedata a un cane (si tratta di un esercizio mentale ovviamente).

Se diamo un calcio a una pietra riusciremo a calcolarne in maniera più o meno precisa la traiettoria, in base alle leggi della fisica. Ma se diamo un calcio a un cane, come reagirà? Scapperà? Attaccherà?

I sistemi viventi sono imprevedibili, per questo un’azione di leadership consapevole può soltanto cercare di creare le condizioni migliori.

Per Marty Linsky, professore alla Harvard Kennedy School e coautore del libro La pratica della leadership adattiva, esercitare leadership significa disturbare un sistema – o, meglio, le persone che ne fanno parte – con un’intensità che sia(no) in grado di tollerare.

Una pressione troppo bassa non genererebbe apprendimento e finirebbe per non produrre alcuna evoluzione. Una pressione troppo alta, di contro, porterebbe il sistema al rigetto se non addirittura alla messa al bando dei disturbatori.

Disturbare a che pro?

Ovviamente non per il gusto di rompere le scatole o fare i bastian contrari.

La leadership è un’azione di disturbo “intelligente”, che nasce da un’analisi accurata dei problemi che affliggono un determinato sistema organizzativo: un’azienda, un quartiere, una parrocchia, una famiglia…

Mentre scrivo sto seguendo, con grande interesse e soddisfazione, un corso dell’Olivetti Leadership Institute, con la cui visione mi sento particolarmente in linea. In particolare, sto approfondendo un approccio che trovo particolarmente generativo: la pratica della leadership adattiva.

Ma che significa l’aggettivo “adattiva”? Qui l’adattamento non è inteso come “adattarsi al ribasso”, nel senso di farsi andare bene una cosa o scendere a compromessi. È inteso piuttosto nel senso che a questa parola attribuisce Charles Darwin nella sua teoria evolutiva:

rendere il sistema, attraverso un mix di conservazione e cambiamento, più adatto al contesto in cui vive, consentendogli di prosperare.

Ricordiamoci che la differenza, in termini di dna, che c’è tra noi umani e i nostri cugini scimpanzé è appena del 2%: un piccolo scostamento (il restante 98% del dna è in comune tra le due specie!) che però ha prodotto una rivoluzione enorme…

A che pro disturbare, quindi? Innescare scostamenti – spesso piccoli – rispetto al “si è sempre fatto così”. Cambiamenti che, stratificandosi nel tempo, porteranno un sistema (cioè le persone che lo compongono) a prosperare nell’ambiente in cui vive.

E che c’entra la perdita?

Esercitare la leadership implica anche la volontà di accompagnare le persone, all’interno di un sistema, in territori per loro ancora inesplorati animati da uno scopo (purpose).

Una situazione che, solitamente, genera paura. Di cosa? Di perdere qualcosa. Sicurezza, prestigio, denaro, stima, amore… a seconda della situazione sono molte le cose che le persone possono temere di perdere. Una perdita (a volte anche solo immaginata) che produce sempre una certa dose di rigetto e opposizione.

Per capire se stiamo esercitando davvero leadership abbiamo una preziosa cartina tornasole: l’opposizione.

Se non avvertiamo una certa resistenza e non percepiamo alcuna opposizione molto probabilmente non stiamo esercitando veramente leadership.

Esercitare leadership significa operare sul dna di un gruppo, accompagnandolo a prendere consapevolezza e separare ciò che è bene rimanga uguale da ciò che invece, per vari motivi, non serve più o è diventato addirittura nocivo.

E questo significa guardare in faccia le paure, metterle sul tavolo, dare loro voce e farne oggetto di discussione. Significa aiutare le persone ad affrontare un disequilibrio produttivo, che nel tempo le renderà più adatte all’ambiente in cui si muovono.

Il cammello e la cruna dell’ago

È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”. Si tratta di una nota citazione evangelica.

Perché la riporto qui? Perché ci sono diverse ipotesi che ne spiegano la nascita. Quella che trovo più generativa è questa: per entrare a Gerusalemme, esisteva una porta talmente piccola da essere chiamata “la cruna dell’ago”.

L’unico modo che un cammello aveva per attraversarla era essere spogliato di tutti i bagagli e inginocchiarsi. Da qui le maggiori difficoltà che i viaggiatori più ricchi – dotati di molti bagagli – incontravano nell’attraversarla.

Questa frase nasconde una metafora. Se immaginiamo che oltre la porta ci sia il futuro verso il quale ci stiamo muovendo e che la porta stessa sia il ponte che ci permette di accedere a qualcosa di nuovo, questa frase comunica un messaggio che ci può essere molto utile:

per lasciare che qualcosa di nuovo entri nella nostra quotidianità,  dobbiamo essere disposti a lasciar andare qualche altra cosa.

L’evoluzione, in fondo, funziona così. Ecco perché la leadership ha a che fare con la perdita più che con la vittoria.

 

PER APPROFONDIRE

Autore: Roberto Fioretto

Laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. La mia sfida quotidiana? Comunicare la filantropia. Manager della comunicazione con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Autore di LeadEretici, il podcast dedicato alla leadership generativa.

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