La serie tv Tredici: una porta tra adulti e adolescenti

Da ormai parecchi mesi, la storia del suicidio di Hannah Backer e dei responsabili del suo gesto tiene incollati allo schermo della tv più di 6 milioni di abbonati a Netflix (un’audience che va dai 13 ai 35 anni).

Ho conosciuto la serie Tredici in una delle scuole superiori dove insegno. Mi capita sempre più spesso, infatti, che gli studenti mi chiedano se ho visto questo o quel film al cinema – buon segno, direi – o se seguo questa o quella serie tv. Ritengo che queste domande siano preziosi indicatori di interesse, perché

offrono una porta educativo-relazionale già aperta e permettono all’adulto una visuale a tutto campo.

Un campo lunghissimo, per usare una metafora coerente con il gergo cinematografico, su alcune rappresentazioni care o comunque non indifferenti agli sguardi degli adolescenti.

Il cinema come porta educativa e relazionale tra adulti e adolescenti

Il cinema è una porta, come molte altre nella professione di insegnante e nella vita di un adulto che interagisce con un adolescente in maniera consapevole e positiva, che dal mio punto di vista è bene considerare come accesso ad una stanza dove si può sostare solo se rispettosi e attenti. Una stanza all’interno della quale è bene ascoltare e osservare prima di parlare, pena l’allontanamento immediato e la chiusura – probabilmente a chiave – della porta che ci ha fatti entrare.

Confesso che quando, la scorsa primavera, una studentessa della classe prima mi ha chiesto se avessi visto la serie Tredici, di cui lei stessa era appassionatissima fan, la conoscevo appena.

S. era una fan così accanita da essersi bevuta in un solo fine settimana tutta la seconda serie: tema spinoso quello della dipendenza da tecnologia che, a mio parere, dovrebbe abbracciare anche gli aspetti legati alle serie tv. Avrò modo di approfondire questo particolare aspetto in un altro articolo.

Torniamo a S. e alla sua passione per Tredici. Passione che, la settimana successiva, ho constatato essere molto condivisa in tutte le altre classi della mia scuola.

Gli occhiali 4D dell’adolescenza

Dopo aver ricevuto la stessa domanda di S. da altri ragazzi in seconda, terza e quarta, mi sono detta: “Ok, è il momento”.

A fine maggio, ho indossato gli occhiali 4D dell’adolescenza e ho iniziato il primo episodio di Tredici.

L’ho fatto per avere qualche strumento in più nella mia cassetta per gli attrezzi e per entrare in quella stanza, già così affollata di studenti con cui trascorro tutte le mie mattinate.

Durante i primi episodi della serie, più volte ho dovuto stoppare e riavviare perché, ahimè, mi calava proprio la palpebra. Tanto che mi sono chiesta se fosse davvero quel racconto lento e surreale a far impazzire i miei studenti…

Fino a quando, tra il terzo e il quarto episodio: boom!

Come una bomba, senza preavviso, e con un cambio di marcia degno di una giostra adrenalinica che, dopo averti fatto fare un giretto con qualche curva, all’improvviso ti fa scendere a oltre 100 km all’ora lungo una discesa inclinata a 90 gradi da terra, si sono materializzati accanto a me:

  • il signor cyber bullismo
  • la signora sessualità, insieme a
  • la paura di non essere accettati e di manifestare le proprie emozioni e i propri pensieri
  • la disistima di sé e del proprio corpo
  • la violenza
  • la detenzione di armi.

Ora, io non vi so dire come mi sono sentita. Anzi sì, “piccola” è la parola che più rende l’idea.

Anche per questo voglio condividere in questo articolo alcune riflessioni che sono nate durante la visione di Tredici.

Usare la serie tv per varcare la soglia…

Per districarmi nella complessità di sensazioni ed emozioni che ho trovato in quella stanza, ho faticato molto. La mia prima reazione è stata: “Chiudi questa roba, non è educativa e non è utile a nessuno. E quando uno studente te ne parla, ammoniscilo!”.

Premetto che, dal mio punto di vista, posizionare all’inizio della serie tv una voce di trenta secondi che ne sconsiglia la visione a minori non accompagnati è solo un modo per invitarli a proseguire. Il minore, da solo, non dovrebbe proprio avere accesso a certi contenuti. La situazione dovrebbe essere presa in mano da un adulto responsabile, mediante strumenti come parental control e altre strategie: come vedremo, è possibile e doveroso mettere un argine di autorevolezza e salute tutelando i ragazzi.

Detto questo, se avessi dato ascolto a quella prima voce, non sarebbero nate in me le riflessioni/domande che voglio condividere in questo articolo.

A volte, noi adulti dovremmo imparare a dare una chance anche ai contenuti che sono lontani da noi. Lì dentro spesso si nasconde una porta relazionale che è bene provare ad aprire.

Cosa guadagniamo? L’autorevolezza.

Stare di fronte a ciò che è rilevante per gli adolescenti è una base per comprenderli e per orientare un’educazione efficace.

1. Autenticità e ascolto

Fatta chiarezza sul fatto che una ragazza di 14 anni non può sostenere e digerire da sola la visione di una serie tv come Tredici, mi chiedo se descriva una realtà che alcuni ragazzi vivono davvero. E se, con queste serie tv, riescano a trovare le risposte che stanno cercando.

La risposta che mi do ogni giorno è che se come adulti non siamo autentici, se non ci sforziamo di ascoltare e di osservare anche cose che possono sembrarci banali e superate per l’età che abbiamo, saremo di sicuro travolti da “quel boom” improvviso di cui parlavo sopra e ci troveremo ad affrontare una tempesta in mare aperto senza sapere da dove sia arrivata.

2. Strumenti digitali e digital divide

Possiamo parlare di strumenti digitali, di millennials, digital divide, permessi e punizioni legate ai media da una prospettiva socio-culturale?

3. Didattica inclusiva

In che modo ascolto attivo e didattica inclusiva, strumenti di cui dispongono gli insegnanti in classe, possono arginare il fenomeno dell’etichettamento dei ragazzi e favorire ogni giorno una cultura del senso critico e della cooperazione, anche in una fase di cambiamenti esplosivi come quella dell’adolescenza?

4. La figura dello psicologo scolastico

A che punto siamo in Italia con le proposte di legge e il cambiamento culturale che introduce nelle scuole figure fondamentali come lo psicologo scolastico?

I prossimi articoli saranno dedicati a questi quattro temi.

Quindi grazie, cara S… anche se avrei preferito che tu non avessi guardato Tredici da sola.

Autore: Elisa Bottignolo

Insegnante, formatrice e tutor dell’Apprendimento. La mia cassetta per gli attrezzi contiene: l'esperienza maturata come insegnante e come libera professionista esperta di didattica, apprendimento e comunicazione, una Laurea magistrale in Comunicazione, un Phd in Sociologia dei processi comunicativi e interculturali, corsi professionalizzanti sulle tematiche della didattica e dell’apprendimento, un Master universitario in Didattica e Psicopedagogia dei DSA e diverse pubblicazioni sui temi della comunicazione.

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2 Commenti

  1. Ancora una volta ti trovo corretta e precisa nel parlare e soprattutto preparata e matura professionalmente. Non è per esprimere giudizi ma sei veramente brava! Complimenti.

    Rispondi
    • Cara Prof, ti ringrazio per questa riflessione, la leggo con tanto piacere e non poca emozione. Ero una tua alunna quando ho visto per la prima volta Stand by me. Gli anni delle scuole medie sono come un ponte che ti porta verso la scoperta di ciò che sei. Procedi a tentativi ironici e i maestri sono importanti perché ti fanno da impalcatura: forti anche per te quando sei stanco o dubbioso su come procedere e pronti a togliersi quando è il momento perché tutto non solo sta in piedi da solo, ma è la base per crescere di qualche piano ancora… e ancora.

      Rispondi

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