Lavoro: contro l’etica del sacrificio

Un paio di settimane fa una collega mi ha inviato un invito via Facebook. L’ho aperto e sono stato subito catturato dal titolo: Lavoro: soddisfazione o sacrificio? Sarebbe bastato questo per convincermi ad andare a curiosare.

Poi lo sguardo mi è caduto sul relatore e, dopo una manciata di secondi, avevo già il biglietto in tasca.

Si trattava della lectio magistralis dello psicoanalista Massimo Recalcati. L’incontro ha aperto la Settimana dell’artigianato, organizzata dalla Confartigianato Imprese di Padova. Per cominciare, complimenti agli artigiani. Ho apprezzato molto la scelta di dare spazio a un tipo di riflessione che non ha ricadute immediate su fatturazione e profitti, ma che – se accolta – pone le basi per una trasformazione (profonda) di medio-lungo periodo. Parlare di automazione e di robotica sarebbe stato sicuramente più semplice, ma la strada più scontata, la più veloce, non è quasi mai la scelta più strategica.

A volte è necessario partire più tardi per arrivare prima.

Bravi davvero!

Beh, Recalcati non ha bisogno di presentazioni. È uno dei più noti piscoanalisti italiani, la cui fama recentemente è cresciuta ancora grazie al programma tv Lessico amoroso, andato in onda su Rai 3. Di Recalcati apprezzo il modo di riflettere, che lo rende quasi un filosofo, e la ricchezza evocativa dei suoi riferimenti culturali che abbracciano letteratura, arte e cinema. Ammetto che a volte mi perdo un po’ nelle lunghe parentesi che apre nelle sue digressioni, ma quando ritrovo il filo mi porto sempre a casa qualche seme da far germogliare.

Perderemo il lavoro?

L’esordio è stato forte. Secondo Recalcati il nostro tempo corre il rischio di rendere l’esperienza del lavoro un oggetto in via di estinzione, a causa di due nemici molto pericolosi:

  • l’automazione, quindi l’avvento dei robot;
  • l’affermazione dell’economia finanziaria che lo psicoanalista paragona a un’allucinazione, in quanto dà l’illusione di un accesso immediato al profitto.

La strada che abbiamo imboccato è rischiosa perché se la vita umana perde il lavoro perde il senso.

Nella nostra specie – unico caso in tutto il mondo animale – il lavoro è uno dei modi in cui l’umano si realizza. Non a caso sono tanti i lavoratori che si sono tolti la vita in seguito alla crisi economica.

In Giappone hanno cercato di prevenire questo fenomeno montando specchi sulle banchine della metropolitana, nella convinzione che se chi sta per buttarsi sotto il treno vede la propria immagine riflessa sullo specchio rinuncerà.

Non ha funzionato. Perché? Perché lo specchio materiale non basta.

Lo specchio fondamentale per ciascuno di noi è quello che ci offre chi ci sta accanto: nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri colleghi, la società.

E quando perdiamo il lavoro è questo lo specchio che perdiamo.

Contro l’etica del sacrificio

Per questo l’etica del lavoro è fondamentale. Attenzione però – avverte Recalcati – l’etica del lavoro e non quella del sacrificio.

L’etica del lavoro non coincide e non deve coincidere con l’etica del sacrificio.

L’etica del lavoro oltrepassa l’etica del sacrificio. E dovrebbe tendere, se mai, all’etica della soddisfazione.

Nel mondo animale non c’è alcuna passione sacrificale, l’esperienza del godimento del sacrificio non esiste. Siamo gli unici esseri viventi ad averla.

Tante volte – troppe! – entriamo in un rapporto morboso, quasi patologico, con il sacrificio.

La passione sacrificale è una perversione tutta umana. Per quale ragione lo facciamo?

Perché nella nostra cultura – di matrice cattolica – è presente quella che potremmo definire un’economia del rimborso sacrificale: se io mi privo in questa vita del piacere, sarò ripagato in un’altra vita. E questo, nella sua forma laica, diventa: se rinuncio al piacere oggi, avrò di più domani.

Spalancare le porte alla soddisfazione

Eppure, se riflettiamo bene, il lavoro è tutt’altro. Certo ci sono la fatica, l’impegno, la responsabilità… ma chi l’ha detto che tutto questo deve coincidere con il sacrificio?

Recalcati ci invita a guardare al modello della madre: si prende cura del suo bambino, ogni giorno, sopportando grandi fatiche fisiche ed emotive. La madre dunque si sta sacrificando? No, attraverso la cura – vissuta come un dono – sta realizzando se stessa.

Eccola la chiave: l’amore, la passione per quello che facciamo.

Quando ami quello che fai la tua soddisfazione coincide con il lavoro stesso. Lo stipendio e il profitto non bastano. Non possono bastare. Se vivo il lavoro come un martirio fine a se stesso o come un martirio finalizzato all’accumulo di denaro non avrò alcuna capacità generativa.

Purtroppo veniamo da una cultura in cui dovere e desiderio sono in opposizione.

Ma chi l’ha detto? Possono coincidere! E quando ci riusciamo il lavoro coincide con il desiderio.

E il segreto, conclude Recalcati, è qui: se le cose che devo fare sono le cose che desidero fare il desiderio coinciderà col dovere.

E quando questo accade si spalancano le porte della soddisfazione. E il nostro lavoro diventa generativo – produce cioè un benessere più ampio – per noi e per la rete sociale nella quale siamo immersi.

 

PER APPROFONDIRE

Autore: Roberto Fioretto

Classe 1979, laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. Lavoro in una Fondazione, dove coordino il settore Comunicazione ed Eventi Culturali. Counselor con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Ho ideato Counseling Post per far dialogare tre grandi passioni: comunicazione, psicologia e sociologia.

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