Il futuro appartiene ai ribelli?

Francesca Gino, esperta in scienze comportamentali e docente alla prestigiosa Harvard Business School, ne è convinta.

Lo ero anch’io fino a non molto tempo fa. E lotto ogni giorno con me stesso per esserlo ancora. Oggi però la mia risposta a questa domanda è: dipende.

Infrangere le regole paga

Il titolo dell’ultimo libro di Francesca Gino è decisamente intrigante. Troppo per lasciarlo impolverare sullo scaffale di una libreria: Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita).

Un titolo potente perché fa contatto con un pezzo importante dell’educazione che abbiamo ricevuto sin dalla prima infanzia, creando un cortocircuito.

Infrangere le regole paga. Leggendo questa frase qualcuno si sentirà percorrere da un fremito di libertà. Qualcun altro, invece, avvertirà del disagio.

E la sensazione che state provando, qualsiasi sia la sua intensità e il suo sapore, parla di voi e del vostro “potenziale ribelle”.

Mi sono già occupato di talento tra le pagine di questo blog e, in particolare, del perché le persone talentuose scappano dall’invisibilità. Anche i ribelli mi hanno sempre affascinato. Ce ne sono di molti tipi.

Sono tutti piuttosto scomodi e il più delle volte averci a che fare non è una passeggiata. Ma sono necessari.

Perché sfidando la tradizione, lo status quo, il “si è sempre fatto così”, aprono nuove vie schiudendo le porte all’evoluzione. Di qualsiasi tipo: tecnologica, culturale, sociale, umana, spirituale.

Ribelli: amati (in teoria) e odiati (in pratica)

Torniamo allora alla nostra domanda di partenza. Il futuro appartiene ai ribelli? Idealmente, sì. Nella realtà, dipende dal contesto.

La mia sensazione è che tante (troppe!) volte ci si spelli le mani per applaudire il relatore di turno che, durante una conferenza o un discorso istituzionale, elogia il potenziale trasformativo dei ribelli.

Poi però, una volta rientrati nelle nostre case o nelle organizzazioni in cui lavoriamo, premiamo chi annuisce e non crea problemi. Ci piace l’innovazione, ma dimentichiamo di fertilizzare il terreno su cui dovrebbe germogliare. Inneggiamo alla creatività, ma non mettiamo le persone nelle condizioni di poter sperimentare e, quindi, di fare errori. Vogliamo avere a che fare con colleghi infiammati dall’entusiasmo e dalla passione, ma non devono “alzare la cresta”.

Se il futuro apparterrà o meno ai ribelli, dunque, dipende dal contesto. E dipende dai ribelli.

Da quanto sapranno resistere alla forte spinta all’autoconservazione dei sistemi che attraversano.

Nel Medioevo i ribelli venivano mandati al rogo. Oggi – spesso – vengono sanzionati, emarginati o messi alla porta.

In ogni caso, lasciano un posto vuoto. Come sarà il nostro futuro dipende anche da chi prenderà quel posto. Se lo prenderà una persona che preferisce fare ciò che conviene, probabilmente sarà una riproposizione più o meno scadente del presente. Se lo prenderà una persona disposta a fare ciò che è giusto, anche quando questo significa avere il coraggio di dire che “il re è nudo”, forse abiteremo un futuro migliore.

Gli Otto Principi della Leadership Ribelle

Io, ovviamente, parteggio per i ribelli. E anche l’autrice, che per aiutare i lettori a coltivare il loro “potenziale ribelle” ha elaborato Otto Principi, che ciascun ribelle è chiamato ad incarnare.

1. Cercate la novità

Il ribelle è vorace, ha mille interessi. E soprattutto non ha bisogno di giustificazioni per coltivare una nuova passione. Oggi può sembrare un’inutile perdita di tempo, ma un giorno potrebbe rivelarsi la chiave per risolvere un problema o comprendere più a fondo una situazione. Siate eclettici. L’ispirazione può essere ovunque.

2. Incoraggiate il dissenso costruttivo

Il ribelle sa che un conflitto costruttivo è salutare. Cerca esperienze differenti e punti di vista alternativi ai suoi. Si confronta. Sa che ascoltare è importante quanto condividere le proprie idee. Per sciogliere la crisi missilistica cubana, il presidente Kennedy organizzò il team dei suoi consiglieri in modo da favorire il dissenso. Pretese addirittura che i collaboratori si incontrassero in sua assenza, per incentivare il pensiero critico ed evitare la spinta a compiacerlo. Così ha scongiurato una guerra nucleare.

3. Aprite le conversazioni, non chiudetele

Il ribelle mantiene la propria mente aperta e incoraggia il dialogo. Il dissenso è il benvenuto, così come sono benvenuti i feedback onesti. A patto che si fondino su un profondo rispetto dei propri interlocutori. Tutti devono sentirsi parte della squadra.

4. Rivelatevi e riflettete

Il ribelle è consapevole della propria natura e si mostra per quello che è. Il suo agire è coerente con il suo essere. E questo lo rende un esempio da seguire per le persone che gli stanno accanto.

5. Imparate tutto e poi dimenticatelo

Il ribelle è consapevole dei propri limiti e sa che non finirà mai di imparare. Conosce perfettamente le regole. E proprio per questo sa quando e come infrangerle.

6. Trovate la libertà nei limiti

Il ribelle sfrutta i limiti per incanalare la propria creatività. I vincoli imposti dai versi e dalle rime hanno generato capolavori poetici. Quando abbiamo poche risorse o mancano alcuni strumenti, siamo costretti ad essere più creativi. La scarsità attiva e può generare innovazione.

7. Guidate dalla trincea

Il ribelle guida il proprio team dalla trincea. Perché è lì che può incontrare i problemi che vivono i membri della sua squadra. Ed è lì che si nascondono le soluzioni. Sa che dare l’esempio è fondamentale per un vero leader. I leader più rispettati sono quelli più disposti a sporcarsi le mani.

8. Incoraggiate gli incidenti fortuiti

Il ribelle non ha manie di controllo. Sa che dal lasciar andare possono nascere grandi occasioni. E che un errore può generare una svolta.

Che ribelle sei?

Sul sito www.rebeltalents.org potrete scoprire il vostro quoziente di ribellione facendo un semplice test (in inglese). Vi ci vorrà qualche minuto. Ed è divertente.

Io sono uno scalatore.

E voi che tipo di ribelle siete?

 

PER APPROFONDIRE

Autore: Roberto Fioretto

Classe 1979, laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. Communication manager. La mia sfida quotidiana? Comunicare la filantropia. Counselor con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Ho ideato Counseling Post per far dialogare tre grandi passioni: comunicazione, psicologia e sociologia.

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