Emozioni: istruzioni per l’uso

Comprendere che le emozioni sono passi di danza è il primo gradino verso l’autoconsapevolezza emozionale.

Passi di danza?! Auto…che??? Ok. Se mentre leggevi sopra la tua testa è comparso un enorme punto di domanda, dai un’occhiata al post in cui ho cercato di rispondere alla domanda: che cosa sono le emozioni?

Marianella Sclavi, nel bel libro Arte di ascoltare e mondi possibili, le descrive così:

Le emozioni sono passi di danza che, come quando accenni a un-due-tre nel valzer, non fanno venire in mente: “fa un-due-tre”, ma “questo è un valzer”. E allora se in quel momento l’interlocutore sta ballando il tango ci pesta i piedi, se invece stiamo già ballando il valzer o se ci facciamo coinvolgere in quella danza possiamo dare per scontata la cornice e chiacchierare o corteggiarci mentre stiamo ballando.
(Marianella Sclavi)

Dobbiamo questa illuminante metafora al sociologo Norbert Elias, che l’ha ideata, e all’ispiratore della Scuola di Palo Alto, Gregory Bateson, a cui va il merito di averla sviluppata. Elias e Bateson ci invitano a non considerare le emozioni come reazioni spontanee alle cose che ci accadono, ma a guardarle come informazioni riguardanti comportamenti, più o meno consapevoli, che attiviamo perché ritenuti i più adeguati alla percezione (che solitamente diamo per scontata) di una data situazione.

La danza della gelosia

Il ragionamento è un po’ arzigogolato, me ne rendo conto. Un esempio può essere d’aiuto.

Sei divorato dalla gelosia verso il tuo partner. Hai due possibilità. Puoi interpretare questa emozione come:

  1.  una reazione spontanea al comportamento del PARTNER;

  2.  il modo in cui TU stai interpretando alcuni suoi comportamenti.

Scegliendo questa seconda strada attiverai un contatto più profondo con le tue emozioni e potresti renderti conto che la gelosia è alimentata dall’insicurezza o dalla paura di perdere la persona che ami.

Scegliendo la prima ipotesi, invece, comincerai a inviare al tuo partner messaggi – verbali e corporei – che dicono “il tuo comportamento mi irrita, devi cambiare!”. Dando per scontato che il tuo partner si sta comportando male, metterai in atto tutta una serie di comportamenti, spesso inconsapevoli, che con buone probabilità porteranno al reale allontanamento della persona amata. L’opzione 1 dunque è una via che, limitando la consapevolezza, rischia di condurre dritta verso quella spirale che Robert Merton chiama profezia che si autoadempie.

Ricapitolando, paragonare le emozioni a passi di danza significa considerarle dei preziosi strumenti di conoscenza. E per riuscirci è necessario:

1. Non considerarle come cause di azioni future ma come “spie” di azioni in atto nel presente. La domanda chiave è: cosa sta accadendo QUI ORA?

2. Essere consapevole che le emozioni sono il riflesso della relazione tra le esperienze che facciamo e il modo in cui le interpretiamo. Molti dei problemi che sperimentiamo infatti non sono causati dagli eventi che ci accadono, ma dal senso di cui li rivestiamo. Se per te mangiare insetti è un’esperienza disgustosa, per un thailandese può essere un’esperienza molto appagante. L’insetto è uguale per entrambi, ciò che cambia è il modo in cui lo interpretate!

3. Considerarle uno strumento per guardare non dentro ma fuori di noi. La domanda chiave non è “cosa sta accadendo dentro di me?” ma “che tipo di relazione sto attivando?”.

Praticare l’autoconsapevolezza emozionale significa, in definitiva, avere la consapevolezza che a) siamo parte di sistemi relazionali dinamici e b) che le emozioni sono l’emergere alla coscienza del ruolo attivo che giochiamo nella costruzione, conservazione e nel cambiamento di queste dinamiche.

Emozioni e relazioni

Per danzare bisogna essere almeno in due. Se io e te stiamo ballando insieme e uno di noi non collabora, ci pesteremo i piedi e il risultato sarà disastroso. Nella danza delle emozioni accade la stessa cosa. Se tu mi dai un pugno e io te lo restituisco, sul piano dell’azione mi sto opponendo. Sul piano della relazione, invece, sto collaborando alla tua danza.

Praticare l’autoconsapevolezza emozionale significa anche essere consapevoli che senza la mia collaborazione non puoi sostenere la tua danza. Le tecniche di nonviolenza si basano proprio su questa consapevolezza: non reagendo all’aggressione del nemico non collaboro alla “danza della violenza”, spiazzandolo.

L’autoconsapevolezza emozionale ci invita a rapportarci al nostro corpo in un atteggiamento di ascolto e di dialogo e a considerare le emozioni espressioni di un’intelligenza più complessiva e di una mente di cui siamo parte attiva, ma che non risiede unicamente né principalmente nella nostra testa, né nelle nostre viscere.
(Marianella Sclavi)

Gregory Bateson non si stancava mai di ripetere che separare l’intelletto dalle emozioni è un atto pericoloso e mostruoso. E io sono pienamente d’accordo con lui!

Diventare esploratori di mondi possibili

Ascoltare la voce delle nostre emozioni, quello che ci dicono sui modi che più o meno consapevolmente scegliamo per entrare in relazione con noi e con gli altri, è fondamentale perché a volte le danze che abbiamo imparato nuocciono a noi e a chi ci sta accanto.

In alcuni casi, possono rinchiudere le nostre percezioni in cornici così strette da assomigliare a prigioni. È un po’ come se, impegnandoci in queste danze, giorno dopo giorno strappassimo un pezzo di quella mappa ideale che utilizziamo per orientare le nostre vite.

E senza mappa, o con una mappa distorta, è molto facile perdersi, procurando e procurandosi dolore.

Come se ne esce? Uno degli strumenti che abbiamo a disposizione è proprio l’autoconsapevolezza emozionale, con la quale abbiamo la possibilità di riappropriarci della nostra libertà e diventare esploratori di (nuovi) mondi possibili.

L’esploratore di mondi possibili si muove rimanendo in costante contatto con la realtà che lo circonda e con se stesso. Questo atteggiamento gli permette di attraversare le diverse cornici –  cioè gli innumerevoli mondi possibili che incontra – senza perdersi.

Anzi, l’esploratore utilizza la diversità incontrata come spunto per conoscere gli altri e se stesso; e per costruire ponti capaci di favorire l’incontro e il confronto.

A te e a tutti gli esploratori di mondi possibili, buon viaggio! :-)

 

PER APPROFONDIRE


Norbert Elias, Il processo di civilizzazione, il Mulino, 1988.

Autore: Roberto Fioretto

Classe 1979, laurea in Comunicazione, dottorato di ricerca in Sociologia, master in Counseling. Lavoro in una Fondazione, dove coordino il settore Comunicazione ed Eventi Culturali. Counselor con il pallino dello sviluppo organizzativo. Osservatore appassionato dei sistemi che le persone attivano entrando in relazione. Amo esplorare le culture organizzative e considero come la parte più importante del mio lavoro mettere in contatto le persone (e me stesso) con il loro potenziale più alto. Ho ideato Counseling Post per far dialogare tre grandi passioni: comunicazione, psicologia e sociologia.

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2 Commenti

  1. davvero un ottimo articolo, grande rielaborazione. Sto per dare un esame in Filosofia della comunicazione; il libro della Sclavi è uno dei testi d’esame. Prima di leggerti ero un attimo in crisi nel cercare di sviluppare il concetto perno “le emozioni sono passi di danza”; sembra adesso che i nodi sian quasi del tutto sciolti, perlomeno sul piano “””teorico””” (guai a scindere…)
    Buon lavoro.

    Rispondi
    • Sono felice che il mio post ti abbia aiutato, Antonio! :-)
      Ormai ho smesso di contare le volte che ho (ri)letto il libro della Sclavi e ad ogni lettura continuo ad imparare.
      GRAZIE e un grande in bocca al lupo per il tuo esame!

      Rispondi

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